L’armata dei sonnambuli

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L’armata dei sonnambuli

tratto dall’omonimo romanzo di Wu Ming
ideazione e progetto Andrea de Goyzueta
drammaturgia Linda Dalisi
con 5 attori in via di definizione
regia Pino Carbone

scene Luigi Ferrigno
costumi Annamaria Morelli
musiche Fabrizio Elvetico

produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro


debutto nazionale: 17 giugno 2017 Napoli Teatro Festival


Wu Ming

L’Armata dei Sonnambuli è l’ultimo romanzo storico dei Wu Ming, il collettivo di scrittori conosciuto prima del 2000 sotto lo pseudonimo di Luther Blissett. Pubblicato in Italia nel 2014 per Einaudi e giunto in soli sei mesi alla sesta ristampa, è ambientato nei due anni più caldi della Rivoluzione francese, dal 1792 al 1794, durante il cosiddetto Regime del Terrore. L’opera si apre con una travolgente ouverture in cui viene rappresentata la decapitazione del re Luigi XVI. In uno scenario storico pieno di riferimenti reali, si alternano le vicende di quattro personaggi inventati e letteralmente gettati nella rivoluzione: Orphée D’Amblanc, medico mesmerizzatore, inviato per conto della rivoluzione in Alvernia, nella Francia interna e boscosa e controrivoluzionaria, per indagare su misteriosi casi di sonnambulismo; Marie Nozière, sarta proveniente dal quartiere Sant’Antonio, che dalle vertenze più popolari come l’equa distribuzione delle derrate avvia una commovente lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne; Leo Madonnét, un attore italiano caduto in disgrazia, che finisce per diventare un vero e proprio combattente di strada a servizio della rivoluzione e che, con la maschera di Scaramouche, come un moderno supereroe prestato alla commedia dell’arte, punisce, per conto del popolo, gli accaparratori che cercano di lucrare sulla fame; e infine il misterioso Cavaliere d’Yvers, un altro potente esperto delle tecniche di sonnambulismo. Questi, un convinto reazionario, dopo un fallito tentativo di liberare Luigi XVI il giorno della morte, si fa volontariamente internare nel manicomio di Bicêtre sotto il falso nome di Auguste Laplace, continuando a compiere i propri esperimenti di sonnambulismo. Dopo la morte di Robespierre, decide di tornare a Parigi, guidando un’armata di sonnambuli immuni al dolore, con lo scopo di liberare il giovanissimo figlio del sovrano decapitato.

Rivoluzione e contemporaneità

L’Armata dei Sonnambuli è prima di tutto un grande romanzo contemporaneo in grado di offrire, su diversi piani, ampie possibilità di sperimentazione e di indagine sulla realtà che ci circonda. La rivoluzione diventa una grande lente con la quale scrutare le complessità del nostro presente per ritrasmetterle alla comunità, sublimate dalla più grande delle passioni umane: quella di cambiare il mondo. Ma cosa c’entra oggi la rivoluzione? Come ci ricorda Deleuze, interessanti non sono tanto le rivoluzioni, ma i rivoluzionari, o meglio quel che capita a loro, quello che cambia nelle loro vite. Prendere parte al movimento rivoluzionario significa comprendere che la propria vita non è scritta nei piani del potere, ma la si può autodeterminare, almeno fino a un certo punto. La rivoluzione, un po’ come le grandi crisi, è difficilmente attraversabile secondo classici modelli binari (bene e male, bianco e nero), al contrario se ne libera, e impone di navigare secondo una logica a più valori, di tipo sfumato, assolutamente non debole ma differentemente strutturata, porosa, complessa. E questo significa imparare a vivere nell’incertezza, resistendo anche a improvvisi e dolorosi capovolgimenti. Come è possibile che un giorno Robespierre è il capo riconosciuto e amato e il giorno dopo gli vogliono fare la pelle perfino molti dei suoi sostenitori? Perché dopo aver volato sulle ali dell’entusiasmo ci si ritrovava a dover fronteggiare un’imprevista ondata di malinconia popolare o di furibonda violenza? L’atto rivoluzionario è soggetto a sentimenti parossistici, conosce meglio di chiunque altro la felicità e il tracollo, si muove saltando senza necessariamente vedere dove atterra, e fin quando non è in grado di ripetersi in prassi è sempre prossimo alla più reietta reazione, al più rovinoso fallimento. Ha inevitabilmente a che fare con il divenire, col tempo che passa; la rivolta è una sospensione della temporalità, nella quale avviene un sovvertimento dello stato di cose destinata a rientrare quando questa finisce. L’atto rivoluzionario, invece, è tale soltanto finché è un farsi costantemente rivoluzione, giorno dopo giorno, mantenendone gli aspetti propulsori anche quando è destinato a fermarsi. L’atto rivoluzionario è innanzitutto un atto performativo.

Dalla letteratura al teatro

La lama della ghigliottina decapita il re Luigi XVI, provocando un’esplosione nucleare. Un suono assordante e un bagliore che svuoteranno lo spazio, per renderlo sgombro e disponibile ad accogliere dei corpi, che avranno il tempo di guardarsi attorno, di prendersi una lunga pausa prima ancora di iniziare, per creare un vuoto necessario tra la loro quotidianità e la magia. Corpi che avranno il compito di ricostruire uno spazio diverso. Di immaginarlo e costruirlo dal nulla. “Bisogna azzerare tutto. Si tratta veramente di fare il deserto, e dal deserto può venire qualsiasi cosa” diceva Leo De Berardinis in un’epoca non tanto lontana.
L’Armata dei Sonnambuli è un progetto teatrale che trasforma l’opera letteraria in drammaturgia e in azione scenica. Il teatro, d’altronde, è l’altra grande e dichiarata metafora del racconto. Il romanzo stesso è diviso in atti e scene. Il tema della rappresentazione ritorna insistentemente e si fonde spesso in una dinamica meta-teatrale che si dipana tra la rappresentazione della Storia e quella dei personaggi e delle ambientazioni. Accade dunque che le esplosive assemblee della Convenzione Nazionale, nel momento forse di più alta produzione politica e dialettica della Rivoluzione, vengano messe in scena, tra parodia e struggente verità, anche dagli internati dell’ospedale psichiatrico di Bicetre; e che il padiglione dei folli si faccia lente di ingrandimento di tutta la nazione. Oppure che Léo Madonnet confonda la rappresentazione teatrale con l’azione collettiva, il palco con la strada. Per questo perde il lavoro. Ma perduto il lavoro di attore finalmente può scoprire che un nuovo teatro sta nascendo, un teatro che si fa azione, che entra nella storia collettiva. Léo diviene Scaramouche per mettere in scena la fusione tra arte, azione criminale e processo rivoluzionario: la liberazione di una possibile nuova ricerca teatrale che esca dalla clandestinità, che si svincoli dall’estetica commerciale imposta dalla legislazione vigente e che prediliga spazi da rimodulare, attori generosi nel donarsi totalmente al presente e l’interazione tra diverse forme espressive in grado di connettersi.
La questione dei linguaggi diventa quindi centrale. Pochi attori si sforzano di compiere un atto che, come la rivoluzione per un popolo, appare troppo più grande di loro. Come i bambini che riescono a costruire un mondo intero con quello che trovano in una cesta piena di giocattoli, così gli attori ricostruiscono una grande opera attraverso gli oggetti che trovano sulla scena: attrezzatura tecnologica, vestiti, telecamere, registratori, microfoni. Come lo spettacolo di un illusionista, che riesce a far vedere un elefante al pubblico in uno spazio che sembra troppo piccolo per contenerlo. Il pubblico dovrà sentirsi come di fronte ad un esperimento di sonnambulismo, dove si confonde il reale e l’irreale, ciò che è visibile o soltanto immaginabile, dove l’illusione viene compiuta e poi svelata. Entrare nel camerino di un mago dopo il suo spettacolo, e scoprire tutti i suoi trucchi.
Cinque protagonisti, ma soprattutto cinque storie, cinque punti di vista, cinque prospettive che verranno affidate a cinque attori, che oltre ad interpretarle ne avranno la responsabilità e la gestione. Ad ognuno verrà affidato un linguaggio, una forma espressiva; ognuno dovrà mettersi al servizio dell’altro e al tempo stesso conservare la propria autonomia.
Léo Madonnet è il teatro nella sua forma più irruenta e primordiale: Scaramouche che con la sua maschera della commedia dell’arte diventa eroe della rivoluzione.
Orphée D’Amblanc è il personaggio che utilizza le potenzialità benefiche e liberatrici del sonnambulismo per intraprendere un viaggio metaforico nell’inconscio della Francia più reazionaria. Assume su di sé narrazioni visionarie, febbrili e mostruose.
Cavaliere d’Yvers è il personaggio a cui è affidato il potere reazionario e controrivoluzionario. Utilizza il sonnambulismo per sottomettere, manipolare e controllare. È l’espressione presente di un antico passato.
Marie Noziere è l’aspetto femminile della rivoluzione, il personaggio che dalla lotta contro la fame si spinge a quella per i diritti delle donne, è il linguaggio di un corpo costantemente a contatto con le emozioni e le commozioni della storia.
Il narratore è il coro che rappresenta il popolo nella sua multiformità, è il punto di vista generale, è il personaggio che riempe le lacune della narrazione e che ne determina i colori. È mutevole e multidisciplinare.
Al termine, quando l’opera sarà finalmente e faticosamente compiuta, quando lo spazio sarà di nuovo pieno, quando i corpi che lo hanno immaginato e agito saranno stanchi, comparirà di nuovo l’irrefrenabile tentazione di renderlo vuoto, neutro, pulito. Ricomparirà la voglia di una pausa. L’azzeramento come presupposto alla dinamicità. “Azzerare per ricominciare”.