I Turchi in Friuli di Pier Paolo Pasolini

NUOVA PRODUZIONE
di Pier Paolo Pasolini
regia e musiche di Mariano Bauduin
scene Nicola Rubertelli
costumi Anna Verde
coreografie di Miki Mastuse Van Hoecke

con 15 attori/cantanti, 6 musicisti e 24 elementi di Coro
cast in via di definizione

produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

presentato nell’ambito del progetto AFFABULAZIONE – eventi, rassegne e laboratori nella Napoli policentrica
a cura del Comune di Napoli con il sostegno del MIC – Direzione Generale Spettacolo

25, 26, 27 novembre 2022
Teatro Pierrot, Ponticelli (Napoli)

Debutto: 25 novembre 2022, Teatro Pierrot, Porticelli (Napoli)

Lo spettacolo

Nel 1944, nel Friuli percorso dalle truppe naziste e devastato dai bombardamenti anglo-americani, il giovane Pier Paolo Pasolini scrive in friulano un dramma, a metà fra la tragedia e la sacra rappresentazione, che contiene, in una drastica e quasi profetica abbreviazione, tutti i temi della sua opera futura. Soggetto del dramma è l’invasione dei Turchi in Friuli del 1499.

Sotto l’apparenza di un’evocazione storica, è tutto il mondo di Pasolini che I Turchi in Friuli mette in scena in un inestricabile ordito di elementi personali e motivi ideali: l’inquieta fede religiosa, che porterà l’autore a più di una polemica con la Chiesa; un disperato desiderio di vivere unito a un’oscura fascinazione nei confronti della morte (l’uccisione di Meni Colùs alla fine del dramma sembra annunciare quella del fratello Guido che, partigiano “bianco”, l’anno dopo perderà la vita nell’eccidio di Porzus, a opera di un drappello di partigiani “rossi”, filotítini); la volontà di azione e l’astrazione nella meditazione solitaria; la centralità della figura materna (i protagonisti portano lo stesso nome della madre Susanna Colussi). E non è certo un caso se tutti questi motivi, almeno in apparenza contraddittori, si compongono in una parola che è la stessa che il poeta molti anni dopo avrebbe proposto come titolo per la raccolta delle sue poesie complete: bestemmia.

Note di regia

Lo spettacolo si muove su due piani espressivi, da un lato sulla dimensione di “sacra rappresentazione popolare”, dall’altro quello di una fortissima dimensione astratta, volta a poeticizzare il mondo popolare, evitando di cadere nella trappola di un “neorealismo” narrativo.

La forma del Teatro Popolare di matrice colta e poetica aveva già dato a Pasolini moltissimi spunti drammaturgici, basti pensare alla Sagra del Signore della Nave di Luigi Pirandello, o alla Figlia di Iorio Di Gabriele D’Annunzio a cui spesso Pasolini si era riferito per i valori estetici e semantici della sua produzione poetica.

È fondamentale domandarsi oggi chi sono “I Turchi”; se Pasolini intravedeva l’ombra dei nazifascisti, oggi potrebbero essere identificati nei Qanon americani. O ancora in quei gruppi estremisti che calpestano le identità e le libertà espressive. Tali considerazioni trovano nel racconto visivo (scene e costumi) chiari riferimenti, evitando, tutavia, un “modernariato” fine a se stesso. Proprio per questo motivo parlo di astrazione, e per fare ciò fondamentale è lo sviluppo della drammaturgia musicale. Questa, infatti, è basata su quegli elementi di matrice religiosa che negli anni ’40 avevano spinto la Scuola di Composizione dei “Nove” a produrre esempi di religiosità in Musica, basti pensare alla produzione di Busoni, di Nono, di Pizzetti, fino allo stesso Nino Rota o a Wolf Ferrari.

Tutti i materiali di matrice colta sono elaborati con altrettanti materiali di matrice popolare; in fondo la poetica Pasoliniana spesso si è basata su tali cortocircuiti linguistici, mascherando l’antico in moderno, e il moderno in antico. La nostra idea di messa in scena si allinea perfettamente con tali principi poetici e artistici.

Inoltre, il dramma pasoliniano richiede un’impostazione registica riferente alla “tragedia greca”, seppure in chiave moderna. Il concetto di moderno era caro a Pasolini che ne trovava spunti proprio nei modelli dell’antichità. La presenza del popolo di Casarsa è come il Coro organizzato foneticamente e teatralmente proprio come un Coro classico.

Infine, i “Turchi” a cui Pasolini affida un coro interno, che ho elaborato in chiave musicale riferendomi alla produzione americana di matrice Bernestiana, proprio perché oggi possiamo identificare nella “cultura di massa” o “cultura della globalizzazione” proveniente dall’oltreoceano lo stesso senso di invasione che Pasolini identificava con l’invasione nazista a cui i suoi “Turchi” si riferivano.

Mariano Bauduin