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Falene

di Andrej Longo
con Alfonso Postiglione e Gennaro Di Biase
regia Marcello Cotugno
scene Sara Palmieri
costumi Giuseppe Avallone
aiuto regia Beatrice Tomassetti
colonna sonora a cura di Marcello Cotugno
un ringraziamento particolare a Ottaviano Peluso
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

Due amici quarantenni, Tonino ed Enzuccio, s’incontrano, di sera, per strada. Parlano del più e del meno, accennando a improbabili sogni e inconsistenti aspirazioni. In realtà dalle loro chiacchiere traspare il vuoto di un’esistenza desiderata, sognata, immaginata, ma vissuta mai.

Ma non è una sera come le altre queste. Hanno un appuntamento con qualcuno, un appuntamento che dovrebbe finalmente permettere loro di cambiare vita e abbandonare la mediocre realtà che li circonda, nella quale da sempre sono invischiati e dalla quale mai hanno trovato la forza di uscire.
Nell’attesa di questo appuntamento, Tonino scopre che l’amico giocava a baseball da ragazzo. Per due anni, infatti, Enzuccio si era trasferito al nord con il padre, e lì aveva imparato a giocare.
Enzuccio prova anche a spiegare all’amico le regole del gioco. Provano perfino qualche scambio e in questi momenti di ludica innocenza i due ritornano quasi bambini, convinti che la vita sia tutta ancora davanti a loro.

In realtà si tratta di due ignavi che si muovono nel limbo della vita, cercando confusamente di afferrarne il senso e che finiscono con il trasformarsi nella metafora di un’umanità cieca e disperata.

Il colpo, però, è velleitario, infantile, assurdo.
Illusoria è la fuga dalla realtà e l’appuntamento con la vita si trasforma in quello con la morte, con la tragica e tardiva consapevolezza di una vita inutile e malamente sprecata.
E quella mazza da baseball, che per un momento è sembrata il simbolo della vita si trasforma, invece, in un simbolo di morte.

Andrej Longo

Note di regia

Falene è stato rappresentato dal 2004 in dialetto barese da Totò Onnis e Paolo Sassanelli, con la mia regia, in diversi spazi off italiani. Il testo di Andrej Longo è passato, in quell’edizione, attraverso una riscrittura scenica guidata dallo stesso autore durante le prove, per riadattare l’originale napoletano, ad oggi ancora inedito, ai due attori pugliesi.

In occasione della pubblicazione del testo sotto forma di racconto (Marotta&Cafiero 2016), abbiamo pensato di mettere in scena la versione originale ambientandola nel luogo dove si svolgeva la vicenda: Napoli. Una città che – dalla fondazione greca della città alle dominazioni francesi e spagnole, fino ai conflitti contemporanei rivelati dalle pagine di Gomorra – è l’emblema di un conflitto di umanità in bilico tra esaltazione e miseria.

Protagonisti sono due personaggi che hanno fatto di quel Tira a campare specificamente partenopeo una balorda filosofia di vita, in bilico tra l’attesa beckettiana e l’ambiguità di dialoghi alla Pinter. D’altra parte, anche il teatro napoletano ha fatto dell’attesa un tema fondante, basti pensare all’ Adda passa’ ‘a nuttata di Eduardo, ripreso in chiave post-moderna da Leo De Berardinis, o alle attese esistenziali di personaggi come la Jennifer di Annibale Ruccello.

E come in un giro di vite da romanzo esistenzialista non c’è salvezza per i due protagonisti. Forse se Enzuccio fosse rimasto al nord con suo padre avrebbe trovato un lavoro normale, magari avrebbe giocato a baseball, simbolo, in quanto sport minore, di un’emancipazione socio culturale all’interno di una società che ha fatto dell’omologazione una apparente via d’uscita alla solitudine. Nei suoi ricordi, lo sport rappresenta gli unici brevi momenti di vita vissuta con spensieratezza giovanile ma allo stesso tempo con un senso di responsabilità e rigore, che la disciplina sportiva implica con i suoi orari e le sue regole. Tonino, dal canto suo, non può capire: assoggettato e coartato dalla quotidianità feroce di Napoli, può solo sperare nel colpo di fortuna, o nel progetto assurdo di rubare una macchina per poter cambiare la propria vita.

La messa in scena, spostata dal luogo/teatro, gioca sul cortocircuito tra iperrealismo e poesia, tra naturalismo e simbolismo. Ed è proprio su quest’ultimo termine che si sviluppa la regia e l’interpretazione degli attori. L’ispirazione, infatti, va a rebours oltre Beckett, per arrivare fino al teatro simbolico d’inizio secolo del regista Lugne Poè e del drammaturgo Maurice Maeterlinck. Un teatro, quello dell’autore belga scritto per marionette e pupazzi – nella convinzione che nessun attore potesse recitare l’assoluto senza cadere nel tranello del naturalismo – ma alla fine portato in scena da attori in carne ed ossa: un paradosso artistico diventato di fondamentale ispirazione per le teorie di Artaud e per la ricerca di tutto il teatro sperimentale.

La tensione, con Falene, è di puntare verso una comicità metafisica, un conflitto poetico nella sua spietata banalità (non a caso l’autore ha preso spunto da un altrettanto banale trafiletto di cronaca), una stilizzazione simbolica che confligge con l’iperrealismo della location e degli elementi scenici (l’oggetto dei desideri atteso e bramato dai protagonisti, prenderà corpo con l’ingresso in scena di una vera Ferrari), cercando un meta-senso nell’incalzante ritmo dei dialoghi di Andrej Longo. La lettera del testo partendo dall’originale teatrale, passerà ancora una volta attraverso una riscrittura fatta dall’autore che interagirà con la regia e gli attori nel tentativo di restituire un valore metafisico e quest’attesa inutile e tragica.

Marcello Cotugno

anno di produzione 2017

debutto 30 giugno, 1 luglio 2017 Napoli Teatro Festival Italia sezione SportOpera

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Foto di scena

Le foto sono di Marco Sommella, scattate per il Napoli Teatro Festival Italia durante il debutto a giugno 2017, Villa Pignatelli, Napoli.

2017-10-05T11:03:53+00:00
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